Antonio Jasevoli e Mauro Smith Intervista

Antonio Jasevoli e Mauro Smith sono due grandi artisti che hanno unito i loro talenti per alcuni progetti. L’ultimo è “The Wolf Session“, sessioni di libera improvvisazione nate per caso durante una vacanza in montagna, con una rudimentale strumentazione “da viaggio”. Difficile da definire, la musica di “The Wolf Session” oscilla tra sonorità classiche e delicate della jazz guitar e momenti più aggressivi, laceranti, con riff e grooves potenti… una sorta di “free grunge jazz”, sempre densa di linguaggi emozionali intensi, poetici e crudi, rischiosi e privi di alcuna maschera patinata.

L’intervista di oggi sarà proprio a questi 2 artisti, Antonio Jasevoli e Mauro Smith, per conoscerli meglio!

1) Antonio Jasevoli e Mauro Smith, due grandi artisti insieme: raccontateci un po’ com’è nata questa collaborazione.
A.J. Ci conosciamo da molti anni, ma non avevamo mai suonato insieme fino ad un paio di anni fa… Poi, rincontrandoci dopo diverso tempo, abbiamo iniziato a fare sessioni di improvvisazione per nostro diletto e, visto che funzionava, siamo andati avanti fino alla realizzazione di questo CD.

2) E’ uscito da poco “The Wolf Session”, il frutto di questa cooperazione: parlatecene un po’. Come mai la scelta di questo nome?
A.J Fondamentalmente dal luogo in cui abbiamo registrato, appennino centrale, montagna con neve, freddo ed ululati di Lupi e bambini..

Approfondiamo la conoscenza con Antonio Jasevoli

3) Antonio sei uno dei chitarristi più interessanti della scena contemporanea, con uno stile molto personale e una formazione eterogenea: raccontaci un po’ di te.
A.J. Non amo molto parlare di me, le mie biografie sono tutte on line. Preferisco che si ascolti la mia musica e sono contento quando tramite essa posso comunicare con le persone. Posso dire che non amo i generi e le categorie, ho sempre suonato ed ascoltato tutto ciò che mi piace al di là delle classificazioni. Il risultato è un mio modo di esprimermi, mix di vari colori ed elementi, forse privo di evidenti connotazioni settoriali.

4) Hai collaborato con importanti esponenti della musica internazionale (Kenny Wheeler, Tony Scott, Steve Grossman, Andy Sheppard, Bob Brookmeyer, Maria Shneider, Daniel Humair, Ernst Reijsenger, Dominique Piffarelly, Antonello Salis, Paolo Damiani, Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Gianluigi Trovesi, Don Moje, John Taylor, e tanti altri…), esibendoti nei più importanti teatri e festival internazionali: com’è lavorare con artisti di questo calibro? Pensi che queste esperienze siano state produttive per la tua carriera?
A.J. Esperienze importanti e veramente tanti ricordi… difficile citarne alcuni e tralasciarne altri. Ricordo la generosità e l’umanità di Tony Scott, rude nei modi ma dalle enormi qualità umane, la poesia di Kenny Wheeler, la modestia e la genialità di Maria Shneider e Bob Brookmeyer, e tanti altri episodi… Diciamo che i più grandi incontri sono sempre coincisi con la modestia e la verità dei personaggi.

5) Sei un Maestro di “Chitarra Jazz” presso il Conservatorio di S. Cecilia di Roma: un consiglio per tutti quelli che si vogliono approcciare a questo studio?
A.J. Un percorso importante, che mi ha portato grandi soddisfazioni. Ho cercato di dare ai miei allievi un’impostazione sempre creativa nel percorso didattico, insegnando le regole, la tradizione, l’armonia, ma cercando di trasmettere soprattutto la destinazione creativa di questi strumenti didattici, come se fossero l’alfabeto base da cui partire per acquisire poi gli strumenti necessari a costruire creativamente un proprio linguaggio personale. Dalla mia classe sono usciti molti dei nuovi giovani chitarristi più interessanti della scena contemporanea, e tanti di loro ancora mi chiamano per salutarmi e in qualche modo mostrarmi la loro riconoscenza. Ho anche cercato di dare loro degli sbocchi professionali, introducendoli in ambiti lavorativi, ed ho formato un’orchestra di 30 chitarre di S.Cecilia, la Guitar Experience Orchestra, G.E.O., di cui sono direttore, arrangiatore e compositore, con la quale abbiamo fatto concerti importanti, ricevendo riconoscimenti da pubblico ed addetti ai lavori. E’ stata una bellissima esperienza vissuta insieme ai miei colleghi del dipartimento: Roberto Gatto, Danilo Rea, M.Pia DeVito, Paolo Damiani… il cosiddetto “Dream Team” di S. Cecilia, dal 2007 al 2014. Poi, per questioni burocratiche il dipartimento di jazz di S. Cecilia è cambiato ed attualmente continuo la mia esperienza didattica presso l’altrettanto prestigioso Conservatorio L. Cherubini di Firenze.
Il consiglio che posso dare è di essere sempre onesti con se stessi, nell’interesse reale per la musica e nel percorso di studio.

Passiamo adesso alle domande dirette a Mauro Smith

6) Mauro sei musicista, architetto e artista visivo, tra i fondatori, inoltre, dei Neroitalia: raccontaci un po’ di te.
M.S. Ho suonato la batteria fin da ragazzino. Era un momento magico all’ombra del Vesuvio. A Napoli e soprattutto nella zona a est, proprio verso il vulcano, si suonava tantissimo. Ricordo lo scambio continuo con chi, un po’ più grande, proveniva da quella Vesuwave che aveva prodotto, tra i tantissimi, i Napoli Centrale, gli Osanna e Pino Daniele. Io, fortunato, avevo un piccolo spazio allestito con la mia batteria e strumenti rimediati e condivisi con amici. Era una festa ogni sera, ed erano in tantissimi che passavano ad ascoltare o a suonare.
È questo spirito di condivisione, di integrazione, di apertura che mi ha accompagnato in ogni progetto musicale, artistico o architettonico.
Anche Neroitalia è nato come laboratorio tra quattro amici che hanno condiviso tutto per alcuni anni fino ai dischi fatti in Francia.

7) Hai preso parte a progetti musicali di artisti pop, tra i quali, Ornella Vanoni, Enzo Gragnaniello e Alan Wurzburger: com’è lavorare con artisti di questo calibro? Pensi che queste esperienze ti abbiano lasciato dentro qualcosa?
M.S. Per chi ama suonare il proprio strumento, il pop è una vera e propria sfida. Con se stessi, intendo. È come suonare in un’orchestra, si serve un bene superiore, talvolta sconosciuto, avendone cura. Ma non è tuo. Alcuni artisti del pop sono delicati, instabili, talvolta distanti. Credo che possa essere un’esperienza gratificante perché non è consentito a tutti prenderne parte perché richiede una grande dose di mestiere e di equilibrio, altrimenti si può anche impazzire.

8) Nel 2006 pubblichi, insieme a Luca Urciuolo, il cd “La danza di Uaio il Pesce”, considerato dalle riviste di jazz italiano tra i migliori cd dell’anno: raccontaci un po’ di questa esperienza e dell’emozione che si prova a ricevere un tale riconoscimento.
M.S. Io e Luca eravamo metà Neroitalia. Avevamo un’intesa perfetta, quasi magica. Insieme, alla dissoluzione della band, cominciammo a esplorare interazioni live con spettacoli teatrali, installazioni artistiche, letture in musica con scrittori (tra i tantissimi ricordo con piacere il passaggio italiano di Dan Fante e un grandissimo Tiziano Scarpa che leggeva Bukowski). Era un connubio incredibile, quotidiano, ancora una volta un progetto di fusione.

9) Divergent Meetings è un altro progetto con Antonio Jasevoli: parlatecene un po’.
M.S. L’idea nasce intorno al concetto di divergenza inteso come luogo dinamico di incontro tra musicisti che amano il confronto e che mantengono allo stesso tempo poetiche solo all’apparenza distanti. È una sorta di paradosso che contraddistingue soprattutto chi ama la musica d’improvvisazione. Immaginavamo di dare vita a una serie di appuntamenti con artisti e di registrare i meetings. Il primo esperimento è stato con Luca Aquino e il risultato è stato molto stimolante.

10) Qualche novità in vista che magari vorreste condividere in anteprima con noi?
M.S. Abbiamo tante idee e progetti che ci vedono insieme o separati. Aspettiamo l’autunno per parlarne, magari in una nuova chiacchierata insieme.

Grazie Antonio Jasevoli e Mauro Smith!

Chiudiamo quest’intervista con un video di “The Wolf Session“. E voi che ne pensate?

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