Tears Of The Ages

I Divine Weep sono una band Heavy/power metal polacca, nata a metà anni ’90, che, diversamente da come si presentano attualmente, erano più orientati verso un introverso black metal. In questa carriera, che si estende ormai da oltre 20 anni, hanno avuto vari cambi di line-up pubblicando solo qualche demo tra il 1997 e 2010, sperimentando sound e composizioni. Dopo la loro rinascita musicale, pubblicano il primo album autoprodotto nel 2013 intitolato “Age Of Immortal“, che annuncia, quindi, la loro nuova idea musicale improntata all’heavy/power metal. Trascorsi 3 anni, pubblicano il secondo full lenght “Tears Of The Ages“.

L’album si sviluppa per 50 minuti, spaziando in sonorità e stile non del tutto nuovi. Richiama molto, forse troppo, band come Hammerfall e Iron Maiden. A mio avviso, si sente poco il “tocco” della band. Nonostante ciò non tengo meno alla tecnica e alla passione che mostra ogni musicista su ogni traccia: testi ben fatti, abili riff tipici dell’Heavy, bellissime melodie vocali che esaltano le ottime capacità canore, moderni arrangiamenti e cavalcate d’accompagnamento teutoniche.

Il disco apre con “Fading Glow“, un brano con riff iniziale stile Hammerfall e che proseguendo alterna power e heavy metal su ogni sfondo sonoro. Si sente molto l’influenza Iron Maiden nei chorus e l’utilizzo di particolari acuti mirati a slanciare muri di strumentali coinvolgenti, cosa che mi fa ricordare lo stesso metodo del buon vecchio Phil Anselmo in “Power Metal”. Mantengono questo equilibrio su tutto l’album, creando una certa attenzione che però non dura molto data la prevedibilità. In pezzi come “The Mentor” e “Petrifield Souls” utilizzano un’inaspettata chitarra acustica che, nella prima canzone, viene estesa in chiave flamenco richiamando molto l’originalità di “Holy Wars The Punishment Due” dei Megadeth. Il quarto brano, “Last Breath“, inizia con un giro di basso molto somigliante a quello usato in “Spider” dai S.O.A.D, per poi tornare, in modo intuibile, sulle orme del loro heavy/power metal. Nell’omonima concept song “Tears Of The Ages” c’è un bell’assolo di Wojciech Hoffmann dei Turbo, che però non cambia il timbro musicale della traccia in quanto simile all’andazzo dei brani precedenti.

Una volta imbattutomi nelle due restanti bonus track (Age of Immortal e Lzy Wiekow) sono arrivato ad una mia conclusione: richiamare troppo i maestri della musica passata è ciò che mi fa dare un parere negativo al disco. C’è poca innovazione e non crea alcuna curiosità per riascoltare, magari, un pezzo. Sicuramente li potrei consigliare agli amanti del genere perché comunque i brani sono composti eccellentemente e le capacità di ogni musicista non sono da meno, anzi, ma resto dell’idea che non è un album con grandi particolarità e non ne possiede i numeri per essere considerato importante da ricordare.

Tears Of The Ages Voto: 5

Nòleg

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