Keitzer Ascension Review

Il disco in questione, Ascension, è un prodotto di buona fattura, dall’artwork alla produzione. I contenuti sono impettiti e incazzosi proprio come i veri “Teteschi”. Non ridono mai e non si discostano quasi mai da una linea principale che a lungo andare comincerà a diventare un po’ come la stessa minestra. Ci sono delle belle deviazioni black metal ed a tratti anche un po’ “prog”, ma, quest’ultima venatura, risulterà essere un’arma a doppio taglio che giocherà sia a favore che a sfavore nel risultato finale di questo disco.
Analizziamo però ad uno ad uno i pezzi di questo lavoro…prima che arrivino i “teteschi” (cit. da “The snatch”, se non l’avete visto, fatelo).

We will drown all of you inblood. Il titolo è tutto un programma.
Brevissimo fade e comincia la giostra. Una potentissima strofa ci investe come uno tsunami. Il drumming esplosivo catturerà subito la nostra attenzione, sedicesimi di doppia cassa a velocità vertiginose ci prenderanno a calci fino ad un blast beat cattivissimo che si interromperà bruscamente per farci prendere un attimo di respiro, mentre una chitarra distorsissima delinea un controtempo semplice ma efficace.
Sulle note di quest’ultima, riprende il pezzo, tra growl mordaci e riff in tremolo picking tipici del genere. Poi un break più lento, ma non meno devastante. Ancora Blast beat e si riprende il tema principale. La traccia si chiude con il singer che ci comunica “dolcemente” che vorrebbe annegarci tutti nel sangue. Non ha torto! Gran pezzo!

La title track comincia con un riffaccio spaccaculi costruito in terzine. La strofa invece è più lineare ma non per questo meno da ricovero. Un breve bridge interrompe il blast beat precedente e ci fa cozzare contro un break sostenuto dalla chitarra e dalla voce isolate. Bella trovata.
Il brano riesplode sulle stesse note e ascende verso un cattivissimo tripudio di melodie armoniche. Una liturgia pagana distorta irrompe nella traccia accompagnata da un ride che sa tanto black metal. Poi il raddoppio. L’ostia del terrore è servita. Una breve pausa e il riff principale ci butterà fuori da questa esplosiva progressione di taglienti riff che quasi mai si ripeteranno nell’arco di tutto il pezzo.

L’headbanging non è un opzione. Non su questa traccia. L’headbanging qui è obbligatorio. Un grottesco arpeggio distorto introduce Peace was never an option.
Dalla strofa, che si palesa con veemenza, vengono fuori dei guizzi melodici in tremolo picking, anche questi di chiara inflessione melodic black metal. In una parola: epici.
Il rullante ad un certo punto dimezza, e lascia lavorare l’M60 che smitraglia fuori sedicesimi di doppiacassa, e sopratutto il crash che scandirà i quarti come un orologio incazzato. La linea melodica si alza di tonalità fino a giungere ad una breve pausa. La traccia riprende seguendo l’armonia principale, sostenuta da mitragliate di cassa e dai crashs. Un growl apocalittico ruggisce durante tutta l’outro fino a placarsi insieme al resto degli altri strumenti.

Ubermesch comincia con una bella raffica di note della chitarra. Il classico hit-hat l’accompagna, commettendo un piccolo fallo sull’attacco. Niente di grave. Entrano in scena gli altri strumenti e dopo questa intro bella e compatta, verremo catturati da un altro riff in terzine. Bello, ma che sa un po’ di vecchio. La terzina finale del passaggio che ci introduce la voce è bassissima. Errorino.
La traccia riprende seguendo il copione, prima blast beat, poi smitragliate di doppia cassa. Cambio e si ricomincia. Silenzio. Comincia un incedente palm muting, convincente ma che divaga troppo, si allontana e raggiunge un’outro un po’ confusionaria.
Un passo indietro.

Il sibilo di un vento caucasico (a giudicare dal tema arabeggiante) ci presenta Ritual. Una suadente composizione per chitarra elettrica in clean che si destreggia tra violini evocativi e martellate sui tom. La traccia è molto catartica e fa il suo effetto data la violenza delle sue colleghe precedenti.

Senza tanti fronzoli, Vengeance esplode e ci aggredisce con i suoi tremoli picking (avete notato quanto volte ho usato/abusato di questa parola? Non è colpa mia). Il pezzo rallenta in un piccolo bridge e riprende poi nel tema principale. Ancora tremolo. Blast beat e tappeti di double bass.
Palm muting alla fine con nitide plettrate che raddoppieranno repentinamente. Un po’ anonimo come pezzo. Vagamente un “copia e incolla” delle sonorità ascoltate nelle tracce precedenti.

Salvation arriva appunto a salvare la situazione, almeno in parte. L’assolo iniziale porta una lieve ventata di novità, non perché sia innovativo in sé, ma perché sarà uno dei pochi che ascolteremo sul disco. La strofa è sempre quella, ricorda vagamente i Nile, ma la serie di accordi lunghi che la segue crea una bella atmosfera e si lascia ascoltare. Di nuovo la strofa principale che sale e scende di tonalità. Plettrate a martello pneumatico e di nuovo la strofa. Migliore rispetto al precedente, ma lontani dai pezzi iniziali. Peccato.

Dopo una convincente intro molto austera esplode Conquistador. La strofa è lineare ed è seguita da un bel riff terzinato, molto epic metal, che manda la chitarra in avanscoperta, per poi farla raggiungere dai suoi commilitoni. I brevi bridge che lo seguono, mostrano carattere, costruiti sulla falsa riga dei precedenti. Miglioriamo. L’intro ritorna per darci una bella mazzata sulla noce del collo, con la voce a dargli man forte. Il pezzo si chiude con un’elegante nenia distorta che va via via scemando per far posto a delle cupe sviolinate che laconicamente soppianteranno l’impetuoso ride e ci porteranno verso la fine della traccia. Molto meglio.

Un devastante palm muting, ci proietta dentro Black silente tides. Il ritmo è ben definito, i crashes romberanno come tuoni, atti ad evocare la tempesta di blast beat che viene dopo. La strofa corre su un bel riff classico, che stuzzicherà il nostro appetito. Ancora blast beat e poi un atmosferico breakdown, breve ma intenso. La strofa cambia tempo, ma non perde aggressività. Continua velocemente verso un’interessante progressione che ricorda certi lavori dei Mastodon, molto interessante. Il pezzo comincia poi a inserire continue variazioni di tema fino al classico bridge in tremolo. Ultimo blast e si chiude. Una bella traccia, ma che manca d’identità.

Repentino stacco di batteria, un giro orientaleggiante e siamo nel bel mezzo del caos di Origin of madness. Dopo la linea principale, pausa e si ricomincia.
A metà della traccia, incappiamo in un bel riff cadenzato (o-o-o-o-o-o-o- per i fan della pagina “Prog snob”) niente di che ma ci sta. La traccia continua imperterrita verso la fine, riprendendo la linea che avevamo incontrato all’inizio e si chiede all’improvviso.

Enemies of existence, si discosta un po’ dalle sue colleghe. L’intro è più lento e riflessivo. Il growl attacca sul solito trem, BASTA!! Dopo un breve bridge, dei ritmici sedicesimi di doppia cassa accentueranno le smitragliate sulle corde a vuoto della chitarra. Pausa. Comincia un fraseggio molto bello che terrà unità la ritmica fino ad un momento un po’ “sludge”, seguito da un bell’assolo di chitarra, lento ma aulico a sufficienza. La traccia continua
reintroducendo la linea principale e si eclisserà con le nostre smitragliate di doppia cassa, seguite dal bridge!

Un malinconico e tetro giro distorto precede una quasi orchestrale intro. Impetuosa che richiama un po’ determinati lavori dei Dimmu Borgir. Entra la voce e il pezzo esplode. Wolvesamong us è decisamente un respiro di sollievo. Non ci presenta niente di eccezionale, ma la linea melodica (che viene suonata una volta tanto anche con note singole e non solo con trapananti tromoli picking) è decisamente corposa e resta impressa.

Ascension si presenta molto bene. La produzione non è perfetta ma funziona. Voce e batteria convivono perfettamente in un ottimo binomio. La chitarra perde qualche Db ogni tanto. Il basso si sente poco, ma quel poco che basta per dire la sua.  Il disco comincia bene, perde qualche colpo nel primo tempo, guadagna qualche metro verso la fine. Le traccie sono ben amalgamate tra di loro, forse troppo. Alcuni pezzi sono impostati come dei bei climax ascendenti, nei quali possiamo identificare una natura quasi prog.
Altri sembrano un po’ un’accozzaglia di riff metallari, anche abbastanza vissuti e fanno perdere identità alle nostre tracce. Se dovessimo ascoltare i pezzi di questo disco in riproduzione casuale, una tantum, potremmo asserire che si tratti di un bel lavoro, ma, se ascoltiamo di fila l’intera tracklist, in certi momenti, risulta un po’ piatto e noioso, per via dell’abuso di svariate tecniche compositive di cui vi ho ampiamente parlato in precedenza.
Per appassionati.

SPINZO
5/10

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