Freaks Of Society

I Roxin’ Palace ci presentano un lavoro biografico su quelle che sono le emozioni di chi non è mai uscito dagli anni 80.
Freaks of society, potrebbe essere considerato come un malinconico sacrificio sull’altare del dio Rock ‘n’ roll.
Sono presenti tantissimi richiami alle varie leggende che hanno spopolato in quell’era mitica, in cui se non avevi i capelli lunghi non contavi nulla. Chitarre calde, ma aggressive. I cori in stile Aerosmith e i soli valvolari. Tutti gli ingredienti sacrosanti per un disco atto a riportare in vita quella verve ormai scomparsa.
Let’s rock!

La title track è un curioso slittamento semantico. Una non meglio identificata parata circense, che va poco a poco ad incupursi e trasformarsi in una celebrazione goth, con organi lugubri e cori malefici. Ad un certo punto ecco la rockeggiata.

Monsters love comincia senza preamboli e ci proietta in una classica schitarrata anni ottanta. Il riff è coinvolgente. La voce di Al è pastosa. Il drumming pulito ed essenziale. Il ritornello è un bellissimo inno all’amore, con i suoi cori alla Areosmith. Ripeti per due ed eccoci al break.
Un classico, arpeggi lievemente distorti e tenuti a bada col palmo della mano destra. Altri cori in 80’s style e parte il grintoso assolo. Veloce e laborioso. Arriva al dunque e si mette comodamente ad accompagnare il giro di accordi del reprisal. Il pezzo si chiude in un aulico fade out, decorato dai cori, bending taglienti e scale pentatoniche.

Una breve rullata ci spinge dentro Gangs eraser. L’attacco e la strofa son veramente belli, ma forse un po’ troppo ispirati a “red hot” dei Motley Crue.
La voce è ruggente e caccia acuti che hanno grinta da vendere. Sotto c’è una doppia cassa che scorrazza vispa come una lepre. Che volete di più? Il ritornello è coriaceo e nonostante viaggi a tempo dimezzato, non fa perdere al pezzo il suo entusiasmo.
La seconda strofa, manda la chitarra a lavorare Part-time. Ma solo per poco. Pre-chorus e siamo di nuovo in California. Un breve Palmuting ci proietterà nell’armonizzazione in terza minore che darà vita all’assolo. Dopo il ritornello, un riffaccio cromatico chiuderà il pezzo!

Thai of Mine. La chitarra di Crown irrompe cattiva armata di overdrive e di armonici artificiali. La strofa è più cauta, ma non meno incisiva.
Durante il prechorus saliamo di tonalità. Arriviamo al ritornello. Grazioso il riff che lo tiene in piedi. Il nostro Al lavora più che bene. Breve fill solista e si riprende. Secondo round. Dopo il secondo chorus ricomincia il tema principale, sale di tonalità, ritorna sui suoi passi e prende in braccio l’assolo. Anche questo essenziale, ma deciso. Ritornello. Il pezzo si chiude sull’armonico artificiale del riff principale.

Il titolo è lugubre, ma il sound è ossimoricamente molto frizzante. Postatomic hotel, è una graziosa anthem harleysta. Il theme principale viaggia orgoglioso. Il Pre chorus è molto melodico e introduce un bel ritornello, con il nostro Al che sbraita come Kevin DuBrow (So c’mooooon feeel the noooooise…OK BASTA). Le terzine di chiusura del chorus sanno un po’ di Ligabue, ma pazienza. Again! Bello il reprisal col charlie che cavalca verso un breve solo. Il guizzo di vita della chitarra che annaspa dopo l’ultimo ritornello mi ha fatto sorridere. Un po’ come dire “aspè aspè…non è finita!” Bel pezzo!

L.A. Mist comincia in pulito. La linea vocale fa il suo dovere anche senza basso e batteria a dargli sostegno. Un charlie ogni tanto, giusto per supporto morale. Improvvisamente eccoli arrivare tutti. Dei lunghi accordi di chitarra distorta che continueranno a puntellare la strofa, durante i quali possiamo sentire dei deliziosi fill solistici. Rullata in ottave ed ecco il ritornello: pastoso e aggressivo. Classico assolo con gli armonici artificiali (perché se non fai gli armonici negli assolo delle ballad americane sei una brutta persona) e di nuovo il ritornello.
Traccia evocativa. Niente di eccezionale, ma toccante. Sarà che sono sensibile alle ballads. Non a tutte.

Monkey junky sfreccia fuori le nostre cuffie, o casse, vedete voi. Il riff della intro è bello aggressive e quello della strofa non è da meno. Il ritornello ha lo stesso giro di chitarra dell’intro. L’urlo “Monkey junkie” è grintoso, ma se ci mettete di sotto il cromatismo di “walk this way” degli Aereosmith potremmo dire alla maestra che il nostro compagno di banco ci sta copiando il compito. Non fa nulla.
Dopo il secondo chorus la traccia rallenta in un cavernoso breakdown. Esplode il solo che sgomita tra l’urlo potentissimo di Al e la ritmica composta da solidi accordi belli pesanti. Sgomita, ma non arriva dove deve arrivare. Si sente stranamente basso nel mix finale della traccia. Peccato è un gran solo. Strano considerando che negli altri pezzi la chitarra solista si sente benissimo. Buh. Chorus finale e pedalare.

Le intro di basso con i tom, voglio dire “LE INTRO DI BASSO CON I TOM!” A me piacciono un sacco. Rockers of the eagles comincia così e sono veramente contento. Riffone e siamo “In ‘da jungle”. Entrano in scena Al e Crown, poi il resto della truppa. Il ritornello è selvaggio e aggressivo.
Riprende il riff, si riballa. Il solo si ritaglia un bel po’ di tempo, ma glielo concediamo più che volentieri. Entra il ritornello seguito da una breve outro. Bello e vivace. L’urlo finale è da primi Raven. Galattico.

Neighborood Stars è uno dei miei preferiti. Si presenta delicatamente con un bel loop di note pulite. Il basso comincia a picchiare sotto un bel riffone con molto southern. Poi dei lead suonati con lo slide che ci stanno come le ciambelle tra le dita dei poliziotti americani. La strofa è più easy. Accordi lunghi e ritmo cadenzato. Il ritornello corale è Yeah! Si ricomincia. “Weeeee” Il break spezza quel poco che basta per farci accomadare nella fase “ora parte l’assolo”.
Non si fa attendere. Fa il suo lavoro, senza strafare. Ritornello. Andate in pace.

La grintosa Fading idol, comincia con una lieve intro, per poi esplodere in una bella rockeggiata. Il riff portante è accattivante. Comincia la strofa. Riffaccio in palmuting (c’è qualcosa di strano nella traccia su Soundcloud, come se mancasse una parte di upload. Buh. Non importa).
Il chorus trasuda glam da tutti i pori. Urlato da più voci. Il solo è bello e sembra abbracciarci col calore delle valvole dell’amplificatore. Subito dopo l’ultimo ritornello ci accompagna verso la fine della traccia.

“Fai partire…la Ballad” Cit. Urban Jungle. Freak? Yes I am! Questa traccia spezza molto ed è ubicata perfettamente quasi alla fine del disco.
La voce di Al, volteggia alacramente sugli accordi lunghi di Crown, mentre Roxx puntella i quarti della battuta con le sue basse frequenze. Il ritornello è quasi malinconico e ci richiama al titolo del disco. Molto audace. Assolo da brividi e reprisal. Comincia l’ultimo ritornello. La voce tuona sotto i fill solistici della chitarra che jammano perfettamente con tutta la traccia. Traccia che evapora in un lento fade out, fino a scomparire completamente nel vuoto dei nostri timpani, come risucchiata dolcemente dalle nostre cuffie.

Un bel groove in pulito ci presenta F.A.N. Dopo pochi secondi la chitarra cambia personalità e diventa aggressiva come Mr. Hyde, continuando comunque a suonare lo stesso giro. Al e Crown si esibiscono, quindi, una linea che vede voce e chitarra viaggiare all’unisono. Arriva il ritornello con i suoi cori e di nuovo la re-intro. La canzone riprende senza discostarsi dal copione. Va bene così. Carino il bridge. Esplode tra un riff aguzzo e qualche arpeggio più aggraziato. Breve solo col wha-wha e riprende il ritornello. La traccia finisce in fade un po’ come la precedente. Forse un po’ ripetitiva come uscita di scena.
Sticazzi (Scusate il torpiloquio ma stiamo ascoltando del Hard rock, non Laura Pausini).

Dulcis in fundo! Breve fade in Drum and bass (ve l’ho già detto quanto mi piacciano le intro di soli basso e batteria).
Riffone cattivo. Le mani che fanno “le corna” di R.J.Dio e cominciamo a cantare. La strofa viaggia su quello che è forse uno dei riff più belli del disco, decorato saltuariamente con dei pregiati fill solistici. Il break sale di tonalità rispetto alle sezioni precedenti. Una rullata spumeggiante ci lancia addosso all’assolo di Crown. Bello, cattivo e vorticoso. Dei voracissimi fill lo chiudono per continuare la linea melodica del ritornello finale. Little Lizzy si spegne con un accordo calante. La migliore secondo me.

Freaks of society è a mio avviso il frutto della passione di quattro musicisti, che, aggressivi e compatti, hanno scritto questo tributo agli anni ottanta.
Per questo motivo, nel disco non sono quasi mai presenti tentativi di fuoriuscita dagli schemi e vengono riportate dogmaticamente le sonorità tipiche di quell’epopea fatta di Harley Davidson e giubbotti di pelle. La produzione è quasi perfetta. Una sbavatura una tantum.
La voce è calda e graffiante. Più dolce in caso di necessità. La chitarra viaggia che è una bellezza. Tra quinte distorte, riffacci cattivi, linee melodiche pulite e assoli sinuosi. Le sezioni ritmiche si immedesimano molto bene nel personaggio. Lavorano perfettamente in sincronia e tengono tutto unito e amalgamato. Forse avrebbero potuto “osare” un po’ di più. Scelte stilistiche. Sono presenti alcuni riempitivi, ma in un disco di tredici traccie la cosa risulta quasi sempre inevitabile.
Se fate parte di quella cerchia di persone che non si tolgono il chiodo e le borchie neanche sotto il sole di agosto, questo è il vostro disco.

SPINZO
8\10

Roxin’ Palace

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