Ru Fus In Fabula

In fabula! Questo disco molto interessante è una deliziosa torta con la base fatta di un rubusto grunge, farcito di alternative rock, Doom, due dita di punk e una spolverata di sano heavy metal.
La voce a tratti calda a tratti feroce, è quella tipica di chi bazzica i locali notturni di Seattle, sorretta da ritmiche sostenute, ci farà venire voglia di cantare e urlare come se fossimo un corista membro della band.
Le tracce, come detto prima, presentano varie influenze musicali ed è quindi difficile definire in poche parole l’essenza di questo disco, che traccia dopo traccia, non risulterà (quasi) mai scontato.
Il palazzone dismesso che emerge dal verde degli alberi è molto evocativo, e riesce a rendere l’idea di ciò che andremo ad ascoltare.
Ottima scelta!

Around my brain, comincia con una potente e lenta intro impreziosita da dei ricercati leads di basso. Il groove “doommegiante” (se vale per petaloso vale anche per me) stuzzicherà il nostro appetito.
Questi passaggi cromatici distorti si quieteranno poi per consentire al pezzo di esplodere in un coinvolgente ritmo punk che ci farà agitare le testa. Dei cattivissimi raddoppi di tempo premeranno il piede sull’acceleratore, spiazzandoci. Da menzionare però, il sacrificio della chitarra, che si immola in pasto alla cassa e al rullante. Meritava più gloria fino a quando gli stessi accordi della intro, non torneranno ad avvisarci che la traccia sta finendo.
Finisce, ma sembra vendere cara la pelle, con delle simpaticissime esalazioni di pochi Hertz, pochi ma buoni.

Subito dopo una vivace serie di quinte distorte, il primo pensiero che mi balena in testa è: “Cazzo, ma Layne Saley non era morto?!”.
Enigma esplode con rabbia e costringe la mia cervicale ad agitarsi su e giù dall’inizio alla fine. Le pelli vibrano selvagge e agguerrite.
Ma a parte il ritmo incalzante, è proprio la linea vocale che mi ha felicemente sorpreso, spesso però coperta da un medioso rullante che poteva essere lasciato un pelino più basso nel missaggio finale.

Chemical shower, introdotta da un bel fill di batteria è acida e aggressiva. Un pezzo vivace con un drumming molto aggressivo.
Troppo aggressivo però. La doppia cassa che esplode nella prima metà del pezzo copre prepotentemente gli altri strumenti.
Persino la voce (e che voce!) fa fatica a sentirsi. Un pezzo sapientemente arrangiato ma che avrebbe meritato qualche accorgimento in più in fase di missaggio finale.

Una serie di accordi fa capolino nelle nostre orecchie. Saturati da un lieve crunch molto grazioso. Il pezzo è Remember grace. Bello,
una bella rockeggiata in puro american style, esce la grinta quando deve, ma resta sempre e comunque al suo posto.
Il riff di chitarra accarezza ergonomicamente la linea vocale, che, con qualche Db in più sarebbe stata ancor più ruggente.

Oblivion comincia con delle lievi note in palmuting, una voce quasi sussurrata. Dopo una serie di accordi ed arpeggi puliti che delineano una piacevole melodia, il pezzo continua in maniera elegante, senza scomporsi verso un bel ritornello.
Un piccolo momento di pausa con qualche nota di basso che amalgama il tutto in una dolce ballata americana, anche se partorita in terre nostrane

Evolve è decisamente più cattiva, dopo un veloce groove di basso, comincia un pesante riff, metallozzo, audace.
La chitarra in palm muting tallonata dalla doppia cassa ci introduce ad un pezzo che ha tanto da raccontarci.
Non fosse che la pancia della nostra doppia cassa non solo tallona la chitarra ma la raggiunge e la riempie di botte dato che le mangia molte le basse. Dopo una breve pausa, un bel giro di basso ci comunica velocemente che il bello deve ancora venire.
Ed è effettivamente così: Il pezzo ricomincia, con una bella cadenza, la cassa va in contro tempo e cominciano le botte.
Dopo un esoterico breakdown, un po’ sludge, un po’ Iommi, un po’ fate voi, il pezzo riparte e si chiude dopo una vorticosa outro molto breve ma abbastanza incisiva da meritarsi un classico “dulcis in fundo”.

Le botte continuano con Mr.Bickle. Un gain mordente, una rullata, le urla, effetto Larsen e siamo nella giungla.
Un pezzo grungiosissimo premerà il pulsante “headbanging” nascosto nel nostro cervello. La batteria raddoppia e si dimezza sempre al momento giusto, la grancassa viaggia e il giro di basso spinge e va di fretta.
L’outro disarmante. Unica pecca: Il solito rullante medioso che durante le rullate molto frequenti durante tutta la durata del pezzo, continuerà imperterrito a mangiarsi tutto come se avesse il verme solitario.

Brrrr. Fa sempre più freddo. Ma non ci dispiace. Una intro molto evocativa ci presenta Cold or colder che comincia con una lenta ma potente strofa. Le ipnotiche note del giro di chitarra sostengono un’altisonante linea vocale. Breve bridge di assestamento e si raddoppia. Cosa già sentita nel disco, ma sempre piacevole. L’intermezzo ha un carattere forte e ci catapulta verso il reprisal.
Dopo quello che pensavo fosse l’ultimo ritornello, la traccia si immerge nella sua outro, che che salendo di tono in tono, ci porta sulla vetta e poi ci butta giù come un sacco di patate.
Ma l’atterraggio è morbido. A prenderci dolcemente in braccio c’è la linea melodica del ritornello. La voce sgomita in mezzo al feedback lasciato dall’ultimo accordo, e ne esce fuori spinta da delle ritmate
note di basso, che insieme alla batteria ci indicheranno delicatamente la via per il crash che chiuderà questo pezzo.
“Mpishhhhh”.

Black est Rain. Un inaspettato phaser cattura la nostra attenzione. Bello. Il giro si sposa perfettamente con la voce sussurrata (forse troppo sussurrata), I testimoni sono il ride e la cassa che accompagnano il basso all’altare.
La parte più bella però è il viaggio di nozze, dove si sa, ci si diverte di più. Un serie di accordi “very doom” sono già al check in, il groove di basso apre la porta della stanza, con la tonica del pezzo che è già ai
preliminari. Il resto lo fa il bridge, che fa su e giù come il piede che spegne e accende il wha-wha che accenderà nelle nostre pupille le luci delle pire del funerale elettrico di storica memoria. Un martellante palm-muting ci porge la sacrosanta sigaretta, che consumeremo lentamente come questa canzone, che come ci ha accolti, ci lascia col suo phaser pronto per il secondo round.

Se dovessi scegliere la colonna sonora del momento esatto in cui sono con la mia ragazza nel parco, di notte, e sento un rumore sospetto, i passaggi cromatici dell’intro di questa canzone sarebbero perfetti. Gli scream bending fanno la loro porca figura, anche se una goccia di compressione in meno, avrebbero affilato ancora di più la loro mannaia sanguinolenta.
Il riff che sostiene la strofa dilania perfettamente le carni delle sue vittime, Incalzante. Poi s’arrabbia ancora di più quando si trasforma in un inquieto palm-uting ritmato che saltella sui tom tribali della batteria.
Il break di basso è il nostro cacio sui maccheroni. Qualche frequenzina in più sulle basse l’avrebbero reso ancora più buono
Qualche frequenzina in più sulle alte avrebbero reso l’assolo di chitarra ancora più incisivo. Fa comunque il suo dovere con i suoi bending
disturbnti e il suo tremolo picking da serial killer. Pacciani vive!

Un giro di chitarra di quelli a stelle e strisce, ci introduce questo grido d’aiuto. “Help me” viaggia su una graziosa strofa anch’essa molto “Route 66”, Il ritornello è malinconico e nel contempo aggressivo, di nuovo il bridge di chitarra, il fiore all’occhiello di questa canzone. Sa un po’ di Lanegan. Serie di accordi in progressione e il pezzo finisce.
Scherzavo! Una serie di suoni cominciano poco dopo: delle plettrate randomiche, un phaser, armonici naturali, pick sliding un po’ di schizofrenia. Gli ingredienti base della ghost track. Curiosa. Non so cosa volesse realmente comunicarci, sicuramente non una passeggiata nel bosco.

Stoneroids è l’ultima traccia di questo disco. Il tema apocalittico è corposo e accompagna un sorta di ode dell’annullamento.
Misura dopo misura si avverte questo incrementarsi di disagio mentale, con la comparsa di fraseggi cupi e di feedback atmosferici, sapientemente orchestrati.
Il wha-wha trasude morte. Evoca la lugubre nenia, theme principale di questa canzone. La sentirete colare piano piano come l’urlo straziate che cambierà l’andamento del pezzo. La grancassa delinea un bel contro tempo che accelera questo stornello virale che si concluderà con una massiccia outro in fade out lenta e inesorabile come la scure che troncherà questa traccia.

In fabula è un disco sapientemente orchestrato, scritto a mio avviso non con l’intento di dirci qualcosa di nuovo, ma con quella di lasciare un’impronta significativa nella storia del grunge. Il disco intero può essere considerato come una devota apologia delle sonorità di questo genere (alle volte un po abusate, come l’uso dei feedback) .
Con dei bellissimi off-topic che contribuiscono ad impreziosire questo lavoro.
Il lavoro di ogni singolo strumento è notevole, niente di eccezionale dal punto di vista tecnico, ma perfettamente sinergici dal punto
di vista della coesione ritmica. Il problema è che dal punto di vista dei volumi, possiamo assistere a diversi diverbi. Molti riff di chitarra vengono spesso bullizzati dalla batteria, e la voce tende ad appiattirsi quando raggiunge qualche frequenza più alta, che nel missaggio finale, tende a non pervenire. Il basso suona pulito ed elegante, ma qualche “Low Hz” in più ci poteva stare.
“Odi et amo” per la batteria, che ci stupirà traccia dopo traccia con i suoi raddoppi, pattern di Double bass, contro tempi e via dicendo, ma che tenderà spesso è volentieri a voler necessariamente imporsi sui suoi compagni di viaggio, esigendo il posto da primadonna.

SPINZO

7/10

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